Tutte le persone che praticano sport a livello amatoriale ed agonistico, chi più chi meno, hanno delle convinzioni e/o delle ritualità alimentari. Già nell'antichità erano presenti vere e proprie leggende sul contributo che l'alimentazione avrebbe potuto dare per una maggiore efficienza fisica nelle competizioni sportive. Gli atleti delle prime olimpiadi si sottoponevano a diete prevalentemente, ma non esclusivamente, vegetariane utilizzando cereali, fichi secchi, miele, frutta cotta, formaggio. Ippocrate di Cos (V - IV sec. a. C.) dedicò studi particolari alle carni distribuendo consigli che oggi ci appaiono quantomeno singolari: per i saltatori era ritenuto opportuno il consumo di carne di capra, per chi praticava la corsa carne di toro, per i lottatori ed i gladiatori carne di maiale; il vino era proibito. Galeno (II sec. d.C.) consigliava di bere poco e mangiare poca carne in allenamento, Senofonte invece di non abbondare in pane e farinacei perché appesantivano, Filostrato era invece per l'uso dei dolci prima delle gare.
Diete ad elevato contenuto di Carboidrati, basso contenuto di Grassi e moderato contenuto di Proteine sono indicate per ottenere le migliori performances atletiche. I Carboidrati costituiscono infatti la fonte energetica primaria utilizzata durante l’esercizio fisico intenso e prolungato. In assenza di un adeguato apporto calorico fornito dai Carboidrati complessi, l’organismo è costretto a utilizzare i Grassi di deposito e le Proteine tissutali. La durata dell’esercizio fisico, la sua intensità, il livello di allenamento e la quantità iniziale di Carboidrati immagazzinati nel muscolo sotto forma di Glicogeno, determinano il fabbisogno energetico dell’organismo dell’atleta.
Nella dieta dell’atleta, i Carboidrati complessi sono il carburante d’eccellenza, mentre le Proteine sono necessarie per il rinnovo e l’accrescimento del tessuto muscolare.
La presenza o meno di carne nella dieta appare irrilevante per il livello di prestazioni raggiunte dagli atleti. Cereali integrali, frutta, verdura costituiscono fonti ideali di Carboidrati e Proteine, quindi un’alimentazione basata su una varietà di cereali, legumi e verdure è facilmente in grado di fornire tutti gli aminoacidi essenziali e il substrato energetico richiesto dall’organismo dell’atleta. L’elevata assunzione di Antiossidanti è poi in grado di proteggere i tessuti dai danni secondari allo stress ossidativo causato dal pesante esercizio fisico.
Considerato che il grande apporto di Carboidrati, indispensabile per l’atleta, è più facilmente ottenibile con questo tipo di alimentazione, le Diete Vegetariane e Vegane ben bilanciate risultano del tutto compatibili con attività sportive - anche molto intense - e sono addirittura consigliabili per chi pratichi sport di resistenza.
In particolare la Dieta Vegana è la scelta migliore, perché consente di ottenere il giusto apporto proteico senza lo svantaggio di introdurre Grassi animali. Tale dieta è poi in grado di apportare vantaggi a breve e lungo termine per la Salute (riduzione della Pressione Arteriosa, della dislipidemia, del grasso corporeo e degli altri fattori di rischio), garantendo all’atleta di poter continuare a lungo la propria pratica sportiva.
Per il supporto dell'attività fisica di allenamento e per l'agonismo è fondamentale la scelta di una dieta appropriata, che soddisfi l'elevato fabbisogno energetico e calorico e risponda alle esigenze necessarie per le funzioni vitali, per i processi di termoregolazione, la compensazione delle perdite (sudore, urina, ecc.) e il turnover dei tessuti.
I carboidrati costituiscono il carburante di eccellenza, utilizzato dal tessuto muscolare durante l'esercizio fisico intenso e prolungato. In assenza di un adeguato apporto calorico fornito dai carboidrati complessi, l'organismo è costretto a utilizzare i grassi di deposito e le proteine tissutali.
La durata dell'esercizio fisico, la sua intensità, il livello di allenamento e la quantità iniziale di carboidrati immagazzinati nel muscolo sotto forma di glicogeno, determinano il fabbisogno energetico dell'organismo dell'atleta.
Nella dieta dell'atleta, i carboidrati complessi devono costituire la maggior componente della dieta, in quanto le proteine sono necessarie esclusivamente per il rinnovo e l'accrescimento del tessuto muscolare.
Cereali integrali, frutta, verdura costituiscono fonti eccellenti di carboidrati e proteine: quindi un'alimentazione basata su una varietà di cereali, legumi e verdura è facilmente in grado di fornire il substrato energetico e tutti gli aminoacidi essenziali richiesti dall'organismo dell'atleta.
Considerato che un elevato apporto di carboidrati, indispensabile per l'atleta, e' piu' facilmente ottenibile con questo tipo di alimentazione, le diete latto-ovo-vegetariane e vegane ben bilanciate risultano del tutto compatibili con l'attività sportiva - anche molto intensa - e sono addirittura consigliabili per chi pratica sport di resistenza.
In particolare la dieta vegana (che esclude ogni componente di origine animale) è la scelta migliore, perché consente di ottenere il giusto apporto proteico senza lo svantaggio di introdurre grassi animali.
Grandi Atleti Vegetariani e Vegani
Atleti da ogni parte del mondo possono testimoniare i benefici di una dieta a base di vegetali. Qui raccogliamo le schede di soltanto alcuni di loro, per fornire degli esempi concreti.
Dave Scott, considerato il più grande triatleta del mondo, sostiene che "è un errore ridicolo" pensare che gli atleti abbiano bisogno di proteine animali.
La pensano allo stesso modo Edwin Moses, medaglia d'oro, che per otto anni non ha mai perso la gara dei 400 metri a ostacoli, e Murray Rose, il quale, all'etè di 17 anni, vinse tre medaglie d'oro nelle gare di nuoto alle Olimpiadi.
Il campione olimpico Carl Lewis, vincitore di svariate medaglie d'oro nel salto in lungo, è vegano per motivi etici e religiosi. Con Leroy Burrell, anch'egli vegetariano, si è "palleggiato" il titolo di sprinter più veloce del mondo per anni.
Che siate atleti di prima classe, atleti della domenica, o semplici amatori, è ormai assodato che potete raggiungere i vostri obiettivi e migliorare la vostra salute seguendo una dieta a base di vegetali (che escluda quindi anche latte e uova) che soddisfi il vostro fabbisogno energetico.
Attività fisica programmata per la prevenzione e la risoluzione delle patologie. Mediante delle misure appropriate attinenti allo sport, al movimento e all'orientamento comportamentale, essa ha lo scopo di migliorare le limitazioni fisiche, psichiche e psicosociali (nella vita quotidiana, nel tempo libero e nella professione), prevenire danni e fattori di rischio.
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martedì 13 marzo 2012
sabato 26 novembre 2011
Cellulite: terapia fisica-Cellulitis and physical activity
CHE COSA È?
La cellulite è un'affezione cutanea che prende origine dalla compresenza di molteplici fattori altamente soggettivi. A differenza di quanto si credeva alcuni anni fa, la cellulite non è costituita da localizzati depositi adiposi, la cellulite è infatti causata da un processo infiammatorio a carico del tessuto adiposo sottocutaneo, infiammazione che interessa in larga parte anche piccoli vasi sanguigni e linfatici, strutture che una volta colpiti diventano attori fondamentali del processo di sviluppo della cellulite dato che sono i principali strumenti di deflusso dei liquidi in eccesso. L'impossibilità di drenare efficacemente i liquidi interstiziali fra le cellule adipose esalta il processo infiammatorio ed il conseguente sviluppo della cellulite.
Il processo infiammatorio della cellulite è stato suddiviso in diversi gradi di sviluppo che generalmente appaiono con l'aggravarsi dell'inestetismo. Al primo grado troviamo la cellulite edematosa, meglio conosciuta come "Buccia d'arancia", seguono poi la, cellulite fibrosa e l'ultimo stadio; la cellulite sclerotica, caratterizata da evidenti deformità cutanee, ipersensibilità e dolore.
Allo stato normale il derma e i tessuti che lo sostengono (pannicolo adiposo e strato muscolare) sono in uno stato di equilibrio fisiologico, metabolico e circolatorio che presuppone un reticolo micro-circolatorio, artero-venoso e linfatico perfettamente funzionante e uno strato adiposo sottocutaneo ben vascolarizzato, senza eccessi di accumulo, problemi trofici o fibrosi reattiva.
Tutti gli elementi che compongono i differenti strati cutanei sono in stretta relazione, realizzando delle unità tissutali e micro-circolatorie che sono legate sia sul piano anatomo-funzionale che chimico-metabolico.
La cosiddetta cellulite, il cui vero nome è panniculopatia edemato – fibro - sclerotica (P.E.F.S.), deriva dal un'alterazione del derma e dell'ipoderma; in condizioni ottimali, le cellule adipose (adipociti) normalmente presenti nel tessuto sottocutaneo funzionano da riserva di energia per l'organismo, che brucia grassi ogniqualvolta abbia necessità di combustibile.
In caso di stasi del circolo venoso questa "riserva" diventa difficile da utilizzare, si accumula fino a comprimere i capillari sanguigni, già fragili, che iniziano a trasudare plasma dalle loro pareti divenute porose.
Il plasma si infiltra fra le cellule, con il tempo provoca un' infiammazione del tessuto adiposo con formazione di fibrosi dei tessuti sottocutanei: i capillari vengono ulteriormente compressi e il drenaggio dei liquidi in eccesso si fa sempre più difficile. Si innesca quindi un "circolo vizioso" che autoalimenta questa patologia, perché di vera e propria patologia si tratta, anche se spesso ci si limita al suo significato di banale inestetismo.
Il processo infiammatorio che porta alla comparsa della cellulite prende origine sulle cellule del tesssuto adiposo; gli adipociti cellule altamente ricche di glicogeno e che come tutte le cellule necessitano di mantenere attivi i collegamenti interstiziali per lo scambio di fluidi. Le cellule infatti necessitano di essere rifornite continuamente di fluidi contenenti soluti nutritivi e al contempo devono poter liberarsi dagli scarti metabolici prodotti durante le funzioni vitali. L'ipoderma (strato profondo della cute) dove risiede il tessuto adiposo è altamente vascolarizzato con una rete di capillari venosi e linfatici atti a mantenere una costante mediazione degli scambi fisiologici. L'equilibrio che regola gli scambi è molto delicato, bastano infatti delle leggere alterazioni fisiologiche per rallentare il processo di scambio, in tal caso i liquidi permangono a contatto con i capillari irritandoli e facendogli perdere tonicità, il ristagno di liquidi porta ad un'infiammazione anche delle cellule adipose che non sono più adeguatamente irrorate dai capillari linfatici e veonsi. E' l'inizio della cellulite! I liquidi in eccesso forniscono alla pelle un aspetto molle con conseguente calo della tonicità ed elasticità, la cellulite inizia a comparire con la pelle molle e piccoli edemi localizzati.
L'evoluzione della cellulite
I liquidi in eccesso penetrano fra le cellule adipose distianzandole l'una dall'altra, così facendo le cellule perdono la capacità di svolgere efficacemente le proprie funzioni metaboliche, le cellule adipose si ingrossano e vanno a comprimere le fibre di collagene del tessuto connettivo, provocando le classiche scabrosità affioranti in pelle tipiche della cellulite. L'isolamento delle cellule adipose non permette a queste di essere raggiunte dal sangue pulito e al contempo non riesce ad espellere i liquidi di scarto ricchi di tossine, si instaura un circolo vizioso che causa un aggravarsi della cellulite, le tossine libere vengono infatti assorbite da altre cellule peggiorando la situazione progressivamente. L'alterazione delle fibre di collagene, l'indurimento dei capillari e la formazione di edemi divengono visibili in pelle con la classica "Buccia d'arancia". Gli stadi successivi della cellulite compaiono quando le cellule di collagene cominciano ad ammassarsi divenendo spesse ed indurite, le fibre elastiche e di collagene pian piano possono imprigionare il grasso all'interno di noduli, prende così forma alla "cellulite sclerotica".
ATTIVITÀ FISICA A PREVALENTE IMPEGNO ORGANICO (AEROBICA)
Certamente l'attività di durata (aerobica) è la più indicata in quanto attiva per lungo tempo l'apparato cardiocircolatorio e respiratorio, favorendo la circolazione sanguigna periferica e in particolare la microcircolazione a livello tessutale e cellulare delle regioni muscolari impegnate.
Può essere realizzata utilizzando diversi mezzi sia in casa, in palestra o all'aperto: corsa a piedi su terreno o su tapis roulant, step, bicicletta o cyclette, vogatore, sci di fondo, nuoto, ecc. Cambia il mezzo utilizzato ma non la metodologia che va applicata. Ovviamente il mezzo scelto deve mobilizzare prioritariamente le regioni colpite dalla cellulite.
Prima di iniziare un qualsiasi programma di attività fisica è sempre opportuno sottoporsi ad una accurata visita medica. Inoltre è necessario munirsi diabbigliamento e attrezzature adeguate.
Infine:
- Programmare 3 esercitazioni settimanali (non meno di 2).
- Regolare lo sforzo fisico tra il 60-70% della propria massima frequenza cardiaca (numero di pulsazioni al minuto). Utilizzando questa frequenza si da anche modo all'organismo di utilizzare a scopo energetico una miscela di zuccheri e grassi, mentre a velocità superiori la fonte energetica è data quasi esclusivamente dagli zuccheri.
L'intensità di lavoro che non va comunque oltrepassata è quella che permette di dialogare con un partner senza affanno, ovvero non va superata la soglia di piacevole affaticamento che prelude alla stanchezza.
Calcolo della Massima Frequenza Cardiaca
e della Frequenza Cardiaca Consigliata
M.F.C. = 220 - età (in anni) Esempio - età 40 anni - massima frequenza cardiaca: 220 - 40 = 180 - 60-70% di 180 = 108-126 (F.C.C.) Attualmente viene preferita la formula di Hirofumi Tanaka: 208 - 70% dell'età in anni |
- Prima di iniziare una qualsiasi attività è necessario dedicare qualche minuto al riscaldamento generale, eseguendo semplici esercizi non impegnativi (flessioni, estensioni, slanci, circonduzioni dei vari segmenti del corpo).
- Fare in modo che tra l'inizio dell'attività e l'ultimo pasto siano trascorse almeno 2,5-3 ore. La digestione richiede un notevole afflusso sanguigno, afflusso che verrebbe sottratto dai muscoli agli organi digestivi.
- Ogni esercitazione, indipendentemente dall'attività prescelta, dovrà svolgersi per un tempo prestabilito (mediamente 30-40 minuti) con alternanza tra ritmo molto blando e intensità prevista (es.: se si è scelta la corsa a piedi o il tapis roulant, alternare momenti di passo a momenti di corsa).
giovedì 10 novembre 2011
Osteoporosi ed esercizio fisico
OSTEOPOROSIy
E’ una malattia caratterizzata dalla perdita progressiva di massa ossea, con
assottigliamento e riduzione di numero delle trabecole dell’ossospongioso ed assottigliamento dell’osso corticale; ne consegue un aumentato rischio di fratture ossee.
La malattia può instaurarsi lentamente, decorrendo asintomatica e rendendosi
manifesta con il realizzarsi della frattura, anche spontanea. Determina la riduzione d’altezza del soggetto e l’aggravamento delle normali curve del rachide.


È chiamata “Epidemia Silenziosa”
Perché quando compaiono i primi sintomi spesso la malattia è già in fase avanzata.
La perdita di densità ossea comincia, silente e progressiva, dopo i 50 anniColpisce soprattutto le donne (1 su 3 dopo la menopausa), ma anche gli uomini (1 su 5 dopo i 60 anni). L'allungamento della vita ha fatto crescere sempre più il numero di persone con questo problema.Se dopo i 75 anni l'incidenza nella donna è del 43 per cento e nell'uomo è del 20, oltre gli 85 anni interessa addirittura il 60 per cento delle donne e il 40 degli uomini.
Le previsioni future sono allarmanti: nel mondo le fratture di femore per osteoporosi sono state circa 1.660.000 nel 1990 e saranno 6.260.000 nel 2050, con cifre da vertigine per quanto riguarda i costi ospedaliere e della riabilitazione
La crescita della massa ossea, sino al raggiungimento del cosiddetto "picco di massa ossea", ossia del patrimonio individuale di contenuto minerale osseo, è un processo naturale che raggiunge l'acme attorno ai 30-35 anni di età.
I fattori genetici condizionano per circa il 70-80% il raggiungimento e mantenimento del picco di massa ossea, per il resto rivestono notevole importanza altri fattori, legati allo stile di vita, come un'alimentazione ricca di calcio ed una costante attività fisica.
Quest'ultima, in particolare, costituisce un fattore determinante nel promuovere l'entità del picco di massa ossea ed anche nel rallentare la perdita che si verifica dopo la menopausa.
Numerosi studi hanno dimostrato rapporti, statisticamente significativi, tra l'attività fisica ed un ridotto rischio di fratture da osteoporosi. Tale attività risulta essere determinante in età giovanile, nel periodo in cui il tessuto osseo risponde attivamente alle sollecitazioni.
I fattori genetici condizionano per circa il 70-80% il raggiungimento e mantenimento del picco di massa ossea, per il resto rivestono notevole importanza altri fattori, legati allo stile di vita, come un'alimentazione ricca di calcio ed una costante attività fisica.
Quest'ultima, in particolare, costituisce un fattore determinante nel promuovere l'entità del picco di massa ossea ed anche nel rallentare la perdita che si verifica dopo la menopausa.
Numerosi studi hanno dimostrato rapporti, statisticamente significativi, tra l'attività fisica ed un ridotto rischio di fratture da osteoporosi. Tale attività risulta essere determinante in età giovanile, nel periodo in cui il tessuto osseo risponde attivamente alle sollecitazioni.
L'osso è estremamente dinamico ed in continua evoluzione. Avvengono infatti costantemente due processi, uno di lenta neodeposizione e l'altro, più rapido, di riassorbimento. E' così consentito:
– un perenne rimodellamento della struttura macro e microscopica;
– uno scambio con tutti i tessuti dell'organismo attraverso il mezzo di trasporto garantito dal sangue.
• gli osteoblasti, che sintetizzano la matrice organica e favoriscono la deposizione minerale, e che si trovano direttamente appoggiati all'interno delle superfici ossee in accrescimento come singolo strato di cellule cubiche;
• gli osteociti, che derivano dagli osteoblasti, e che sono inclusi nel tessuto mineralizzato entro le lacune ossee, collegati tra loro da un'estesa maglia di ramificazioni; apparentemente inattivi, probabilmente partecipano al rilascio in circolo del calcio;
• gli osteoclasti, che hanno il compito di riassorbire osso, e che sono grosse cellule macrofagiche multinucleate che si trovano in corrispondenza delle cosiddette lacune di Howship da esse stesse create nel processo di riassorbimento.
L’osteoporosi può colpire ogni età (picco di incidenza è nell’età matura e anziana) e può essere primaria o secondaria (Ministero della Salute)
L’osteoporosi primaria è a sua volta classificata in 2 tipi:
• tipo 1 - osteoporosi postmenopausale - associata alla ridotta secrezione di estrogeni - riscontrabile nel 5-29% delle donne dopo la menopausa - compare entro i primi 20 anni dall’inizio della menopausa - interessa prevalentemente l'osso trabecolare con effetti particolarmente evidenti a livello della colonna vertebrale, dove il turn-over osseo é elevato - le fratture vertebrali rappresentano la situazione clinica più comune in questi casi.
• tipo 2 - osteoporosi senile
- può colpire entrambi i sessi dopo i 70 anni di età - può interessare fino al 6% della popolazione anziana - la perdita di massa ossea interessa sia l'osso trabecolare che quello corticale - le fratture possono interessare non solo la colonna vertebrale, ma anche le ossa lunghe, il bacino e altre sedi - le tipiche complicanze sono rappresentate dalle fratture del collo femorale, dell'estremità distale del radio, dell'omero.
L'osteoporosi secondaria è associata a:
- ipogonadismo e malattie endocrino-metaboliche
- malattie neoplastiche e terapie correlate
- alcune malattie croniche (IRA, BPCO, ICAC)
- le connettivopatie e le malattie infiammatorie croniche
- malattie gastrointestinali (Crohn, celiachia) - deficit nutrizionali, abuso alcolico cronico
- uso cronico di farmaci (corticosteroidi, immunosoppressori, ormoni tiroidei, anticonvulsivanti)
- immobilità prolungata
ATTIVITA' FISICA
La risposta dello scheletro all'esercizio fisico è maggiore in quel distretto in cui è massimo lo stress meccanico (braccio dominante del tennista 30% di massa ossea in più rispetto all'arto contro laterale). Un altro fattore che agisce favorevolmente sulla densità ossea è la iterazione dell'esercizio. Ogni attività fisica che determina "stress meccanici" ripetitivi su una determinata parte dello scheletro, tende ad aumentare la densità ossea in quella zona.Un allenamento aerobico che comprenda movimenti continui di due o più arti è sempre associato ad un incremento della densità ossea.
L'esrcizio fisico, perciò, associato ad un normale livello di estrogeni, in una donna di età compresa tra 20 e 30 anni, può essere determinante nel ridurre il rischio di osteoporosi in età evanzata.
In questa fase della vita, l'attività fisica ha come obiettivo principale quello di incrementare la massa ossea. In tal senso sono indicati esercizi di rafforzamento dei muscoli degli arti e della muscolatura dorsale; esercizi di stress meccanico attraverso l'utilizzo della forza di gravità, il peso corporeo e di piccoli - medi pesi.
L'allenamento fisico deve essere sempre graduale, regolare e personalizzato. Graduale poiché la massima intensità, sia per i carichi di lavoro sia per le difficoltà dell'esercizio, deve essere raggiunta attraverso un progressivo potenziamento delle capacità fisiche. Regolare in quanto, se condotto con cadenze discontinue, non determina quella stimolazione costante nel tempo in grado di produrre effetti positivi dell'omeostasi ossea. Infine, l'allenamento fisico deve essere personalizzato, poiché le soglie di stimolazione meccanica variano in ogni soggetto in rapporto con l'età, abilità fisica e capacità scheletrica di sopportazione del carico.
Nell'età post-menopausale, molti studi hanno messo in evidenza come l'adozione di un programma di attività fisica sia in grado di frenare la perdita di tessuto osseo nelle donne in menopausa.
Un'attività aerobica, come una passeggiata veloce di 20'-30' , due volte al dì, oltre a ridurre i rischi a livello cardiovascolare, presenta notevoli effetti sul tessuto osseo: incremento della BMD nelle donne pre-menopausali mentre, nelle donne in post- menopausa si è dimostrato in grado di impedire la riduzione della BMD.
In questa fase della vita, l'attività fisica ha come obiettivo principale quello di incrementare la massa ossea. In tal senso sono indicati esercizi di rafforzamento dei muscoli degli arti e della muscolatura dorsale; esercizi di stress meccanico attraverso l'utilizzo della forza di gravità, il peso corporeo e di piccoli - medi pesi.
L'allenamento fisico deve essere sempre graduale, regolare e personalizzato. Graduale poiché la massima intensità, sia per i carichi di lavoro sia per le difficoltà dell'esercizio, deve essere raggiunta attraverso un progressivo potenziamento delle capacità fisiche. Regolare in quanto, se condotto con cadenze discontinue, non determina quella stimolazione costante nel tempo in grado di produrre effetti positivi dell'omeostasi ossea. Infine, l'allenamento fisico deve essere personalizzato, poiché le soglie di stimolazione meccanica variano in ogni soggetto in rapporto con l'età, abilità fisica e capacità scheletrica di sopportazione del carico.
Nell'età post-menopausale, molti studi hanno messo in evidenza come l'adozione di un programma di attività fisica sia in grado di frenare la perdita di tessuto osseo nelle donne in menopausa.
Un'attività aerobica, come una passeggiata veloce di 20'-30' , due volte al dì, oltre a ridurre i rischi a livello cardiovascolare, presenta notevoli effetti sul tessuto osseo: incremento della BMD nelle donne pre-menopausali mentre, nelle donne in post- menopausa si è dimostrato in grado di impedire la riduzione della BMD.
(Trattato di fisiologia medica; Guyton )
L’esercizio fisico offre due vantaggi che nessun’altra terapia di mantenimento della massa ossea permette:
- un’efficacia nel conservare la salute fisica che va ben al di là del solo problema osteoporosi,
- un’ azione preventiva nel creare, nell’età giovanile una struttura ossea satura ed efficiente e, soprattutto nell’età anziana, un ineguagliabile effetto sulla prevenzione dell’evento ultimo che si vuole assolutamente evitare: la frattura.
un’attività fisica volta a combattere e prevenire l’osteoporosi dovrebbe, quindi, prevedere l’interazione ed integrazione di due tipi di programmi:
- RF : Joint Reaction Forces, protocolli di esercizi che inducono stress alla struttura scheletrica attraverso forze di reazione articolare, quali ad esempio il sollevamento di manubri e bilancieri o l’uso di macchine isotoniche. Queste attività hanno un’influenza positiva soprattutto sul tessuto osseo dove si applica la tensione applicata dalla contrazione muscolare e, quindi, un’azione distrettuale prevalentemente concentrata nel punto di inserzione muscolo-tendineo.
- GRF : Ground Reaction Forces, protocolli di lavoro che si basano sull’azione svolta dalla forza di gravità, comprendenti esercizi quali balzi, salti, step ed attività di resistenza antigravitarie come la corsa. Questi esercizi hanno un’influenza più generale e determinano un aumento di mineralizzazione sull’intera struttura scheletrica, anche se si sono evidenziati i maggior incrementi a livello della regione prossimale del femore e dell’anca (tra l’altro due tra le zone più a rischio di osteoporosi, motivo in più per applicare questo tipo di protocolli di lavoro).
In realtà, in ogni attività sportiva ad alto impatto, spesso i problemi sorgono, più che per l’elevata intensità dei carichi, per la tecnica di esecuzione inadeguata e le posture sbagliate assunte durante la realizzazione degli esercizi.
La stimolazione meccanica deve superare una certa forza di tensione, geneticamente predeterminata, per divenire osteogenica.Affinché l'osso possa avere una risposta adattativa positiva richiede stimolazioni meccaniche dinamiche anziché statiche.L'attività dinamica oltre a produrre stress osteogenici intermittenti sull'osso, aumenta la secrezione ritmica di ormoni anabolici che favoriscono la risposta adattativa dell'osso stesso.La risposta osteogenica (mineralizzazione ossea) è proporzionale alla frequenza dello stimolo meccanico. La risposta adattiva dell'osso è maggiore se si propongono 2 sessioni di esercizio brevi, intervallate nell'arco della giornata. Infatti, l'osso richiede un minimo di 6-8 ore di riposo per rispondere in modo ottimale ad un carico dinamico che superi la soglia.La soglia di stimolazione per il mantenimento della struttura ossea è il prodotto tra la frequenza dell'esercizio e la sua intensità. L'osso viene "mantenuto" sia con stimolazioni meccaniche meno frequenti ad alta intensità, che con stimolazioni più frequenti ad una minore intensità.La risposta adattiva dell'osso richiede una particolare modalità di carico; le forze che lo colpiscono devono variare in orientamento ed intensità rispetto a quelle che normalmente agiscono sull'osso.La risposta adattiva dell'osso richiede un'abbondante disponibilità di nutrientienergetici. Una disponibilità inadeguata comporterebbe effetti negativi sugli ormoni con azione anabolica sull'osso.Affinché l'osso possa avere una risposta adattiva positiva all'esercizio, necessita di un'abbondante disponibilità di calcio e colecalciferolo. Questo principio è particolarmente importante prima della pubertà e dopo la menopausa.
sabato 5 novembre 2011
IPERTENSIONE ARTERIOSA High Blood Pressure (Hypertension)
Cosa si intende per ipertensione arteriosa?
L'ipertensione arteriosa è un aumento della pressione arteriosa al di sopra dei valori considerati nella norma per l'età (Tab 1). Nella maggior parte dei casi l'alterazione emodinamica tipica di questa malattia è l'aumento delle resistenze vascolari, vale a dire del tono della muscolatura liscia dei vasi ed i meccanismi che la determinano sono il risultato dell'interazione di più fattori patogenetici.
Tabella 1. Classificazione dell'ipertensione nell'adulto in base ai livelli di pressione arteriosa secondo l'OMS.
La pressione arteriosa è definita da due parametri: la pressione sistolica, definita dal picco pressorio che si osserva in seguito alla contrazione del ventricolo sinistro e la pressione diastolica, definita, invece, dalla pressione a livello arterioso durante la fase di riempimento ventricolare. Entrambi i parametri si misurano in millimetri di mercurio (mmHg) e sono comunemente espressi come pressione sistolica “su” pressione diastolica.
L'ipertensione arteriosa è molto spesso idiopatica, e in tal caso è detta “essenziale” o ipertensione primaria. Questa forma può insorgere anche senza che si manifestino dei sintomi e, di conseguenza, senza che il soggetto ne abbia conoscenza; nonostante ciò, l'elevata pressione persistente nel tempo aumenta notevolmente il rischio di accidenti cardio- e cerebrovascolari, insufficienza renale, complicanze vascolari retiniche. L'ipertensione essenziale è una patologia molto frequente; pertanto la misurazione della pressione arteriosa viene sempre effettuata durante una visita medica.
Nonostante non sia possibile identificare la causa dell'ipertensione arteriosa, diverse condizioni possono aumentarne il rischio o accentuarne l'entità, quando essa è presente. Tra queste condizioni le più importanti sono:
- obesità
- vita sedentaria
- abitudine al fumo
- dieta ipersodica
- uso di contraccettivi orali
- uso di cocaina, anfetamine o alcuni farmaci come gli steroidei.
- Insufficienza renale: causa ritenzione di liquidi e conseguente aumento della volemia; inoltre, l'ipertensione può esacerbare il danno renale generando così un circolo vizioso
- Diabete: l'iperglicemia può causare danni sia a livello renale che vascolare
- Aterosclerosi: compromette l'elasticità vasale
- Sindrome di Cushing: è definita da un aumento della secrezione di cortisolo da parte della corteccia surrenale
- Iperaldosteronismo (sindrome di Conn): comporta l'aumento di aldosterone, ormone coinvolto nei meccanismi di secrezione di sodio a livello renale; può essere causato da un tumore, generalmente benigno, del surrene
- Feocromocitoma: è un tumore della midollare del surrene piuttosto raro e generalmente benigno che produce catecolamine, ormoni di risposta allo stress; nei soggetti affetti si possono manifestare episodi di ipertensione severa
- Ipertiroidismo
- Gravidanza: una condizione abbastanza frequente durante il terzo trimestre è l'eclampsia (gestosi gravidica), caratterizzata da ritenzione di liquidi e aumento della pressione arteriosa; tale condizione espone a dei rischi sia la madre che il feto e deve essere tenuta sotto stretto controllo medico.
L'unico rimedio sono i farmaci?
Assolutamente no! In linea di massima l’ipertensione arteriosa lieve viene trattata inizialmente senza farmaci. Il primo passo consiste, infatti, nel mettere in atto un corretto stile di vita: ridurre il consumo di sale, caffè o sostanze eccitanti (farmaci, stupefacenti), ridurre il peso corporeo negli obesi, moderare il consumo di vino e caffè, abolire fumo e superalcolici, fare una leggera attività fisica (passeggiate, nuoto, bicicletta) etc. Se con questi accorgimenti non si ottiene alcun risultato è necessaria una terapia di tipo farmacologico, valutata dal medico in base alle caratteristiche del paziente e al rischio cardiovascolare legato, anche, alla presenza di patologie concomitanti; in linea di massima si parte da una monoterapia per passare ad un trattamento combinato con più farmaci.
Ipertensione ed attività fisica.
Non esistono dubbi sull'utilità dell'attività fisica nel trattamento dell'ipertensione arteriosa. Alcuni studi recenti hanno quantificato la diminuzione pressoria in 5-6 mmHg (sia per quanto riguarda la pressione sistolica che per quella diastolica), diminuzione concentrata soprattutto nelle ore diurne, prodotta da un allenamento aerobico assiduo e continuativo. Gli effetti benefici dell'allenamento sono dovuti a numerosi fattori tra cui i più importanti sono:- aumento del numero di capillari a livello muscolare e cardiaco (capillarizzazione) dove lo sviluppo del microcircolo coronarico allontana il rischio di angina e infarto.
- Maggiore apporto di sangue e ossigeno a tutti i tessuti e in particolare al muscolo cardiaco.
- Riduzione sia dello stress transitorio che di quello a lungo termine grazie al rilascio di sostanze euforizzanti che intervengono nella regolazione dell'umore (endorfine).
- Riduzione delle resistenze periferiche sia grazie alla riduzione dell'attività di alcuni ormoni e dei loro recettori (catecolamine) sia grazie all'aumento del letto capillare.
- Effetto positivo che l'attività fisica svolge sugli altri fattori di rischio relativi ad altre patologie che spesso si associano o causano l'ipertensione come per esempio il diabete, le dislipidemie e l'obesità.
L'esercizio fisico utile per la prevenzione e la cura dell'ipertensione deve essere di tipo aerobico o cardiovascolare: deve cioè essere un'attività fisica di endurance svolta a media intensità (40-70% del VO2max). Tipici esempi di lavoro cardiovascolare sono la marcia, il jogging, la corsa, il nuoto di resistenza e il ciclismo. Per essere veramente efficace, l'esercizio fisico va ripetuto per almeno tre volte alla settimana. Il massimo effetto benefico lo si ottiene con 5 sedute settimanali, anche se le differenze, in termini di calo pressorio, non sono significative. In questo caso migliorano invece i benefici sulla riduzione del peso corporeo e l'efficacia del sistema cardiovascolare. L'attività, per essere efficiente, deve protrarsi per almeno 20-30 minuti, possibilmente senza interruzioni. Anche in questo caso i risultati migliori si ottengono con un impegno superiore (40-50 minuti). Al di sotto dei venti minuti gli effetti positivi calano considerevolmente.
venerdì 4 novembre 2011
Osteoporosis and Physical Activity
Health Savings Account
Each day presents itself as an opportunity to enhance your health and fitness level by engaging in physical activity. If you choose to put off until "tomorrow," you miss that opportunity: another check mark is added in the "sedentary day" column and a withdrawal is made from your health savings account. If, however, you choose to be physically active, you make an investment in your health account.
This investment is especially important in combating age-related declines in metabolism, muscle mass and bone density. With regard to osteoporosis, many older people, especially women, have bankrupt health accounts because they didn’t invest in their health when they were younger by exercising regularly and eating properly.
Osteoporosis is caused by the loss of bone mass, creating thin, porous bones which are fragile and easily fractured. Fractures typically occur in the hip, spine and wrist. A hip fracture usually requires hospitalization, can limit a person's ability to walk unassisted and may cause permanent disability or even death. Fractures of the vertebra in the spine also have serious consequences, including loss of height, severe back pain and deformity.
Bone Basics
Bone isn’t a lifeless structure but a complex, living tissue. It has the capacity for growth and regeneration if damaged and is sensitive to the forces it experiences. Bone tissue is constantly undergoing remodeling in which old bone is removed and new bone is formed. After age 35, however, bones begin to break down faster than new bone can be formed. In women, bone loss accelerates after menopause because the ovaries stop producing estrogen, the hormone that protects against bone loss.
The critical years for building bone are before the age of 20. Some experts believe that young women can increase their bone mass by as much as 20 percent - a critical factor in protecting against osteoporosis. In order to stimulate increases in bone density, mothers should provide their daughters with adequate intakes of calcium and vitamin D and make sure they engage in weight-bearing physical activity.
Deposits into your health savings account before the age of 20 are the most beneficial in building up your principal (bone mass). However, if you stop making deposits and become sedentary, you’re essentially making withdrawals which could lead to osteoporosis. Both building and maintaining bone mass is the best defense against developing this disease.
A Mile A Day Slows Bone Loss
According to the U.S. Dept. of Agricultural Research Service women who walk a mile or more a day lose bone more slowly than women who do little walking. The researchers found that the mile-per-day walkers had 7% more bone in their legs than the women who walked less than a mile a day. Also, the exercisers achieved cardiovascular benefits.
Exercise that forces you to work against gravity (weight-bearing exercises) such as jogging, stair climbing, hiking, aerobic dance and racquet sports are beneficial in slowing the rate of bone loss. Remember, however, the benefits of exercise last only as long as you maintain the program.
Strength Training Adds Bone Mass
Until recently, it was thought that after the age of 30, exercise could only reduce the rate of bone loss. However, the latest research performed at the Human Nutrition Research Center on Aging at Tufts University indicates that strength training at any age can actually add bone, not just slow its loss. Strength training works by applying a force to the bone that creates a stimulus for new bone formation.
In the study, women aged 50 to 70 strength trained twice a week for a year at which time the bone density of their hips and spine was measured. They added about 1%, while the sedentary group had lost about 2.5% bone density. As might be expected, the exercisers also significantly increased their muscle strength.
Strength training can be done anywhere using equipment as simple as dumbbells, rubber tubing and even your own body weight. The American College of Sports Medicine (ACSM) currently recommends strength-training exercise be a component of a well-rounded program for all healthy adults. The ACSM’s recommendation is to perform 8-10 exercises 2-3 times a week, with at least one day of rest between training. One set of 8-12 repetitions per exercise is recommended for general strength training benefits for people under age 50, which will take about 30 minutes to perform. One set of 10-15 reps (more reps performed at a decreased intensity) is recommended for people over 50 or for those with arthritis, previous injuries, or high blood pressure .(If you have any medical condition get your physician's approval before starting a strength training program.)
Remember, building strong bones, especially before the age of 20, can be the best defense against developing osteoporosis and that a healthy lifestyle can be critically important for keeping bones strong. Whatever your age, you need to make deposits into your health savings account today in order to prevent osteoporosis later in life and enjoy an active, physically independent lifestyle.
by Deborah L. Mullen, CSCS
Each day presents itself as an opportunity to enhance your health and fitness level by engaging in physical activity. If you choose to put off until "tomorrow," you miss that opportunity: another check mark is added in the "sedentary day" column and a withdrawal is made from your health savings account. If, however, you choose to be physically active, you make an investment in your health account.
This investment is especially important in combating age-related declines in metabolism, muscle mass and bone density. With regard to osteoporosis, many older people, especially women, have bankrupt health accounts because they didn’t invest in their health when they were younger by exercising regularly and eating properly.
Osteoporosis is caused by the loss of bone mass, creating thin, porous bones which are fragile and easily fractured. Fractures typically occur in the hip, spine and wrist. A hip fracture usually requires hospitalization, can limit a person's ability to walk unassisted and may cause permanent disability or even death. Fractures of the vertebra in the spine also have serious consequences, including loss of height, severe back pain and deformity.
Bone Basics
Bone isn’t a lifeless structure but a complex, living tissue. It has the capacity for growth and regeneration if damaged and is sensitive to the forces it experiences. Bone tissue is constantly undergoing remodeling in which old bone is removed and new bone is formed. After age 35, however, bones begin to break down faster than new bone can be formed. In women, bone loss accelerates after menopause because the ovaries stop producing estrogen, the hormone that protects against bone loss.
The critical years for building bone are before the age of 20. Some experts believe that young women can increase their bone mass by as much as 20 percent - a critical factor in protecting against osteoporosis. In order to stimulate increases in bone density, mothers should provide their daughters with adequate intakes of calcium and vitamin D and make sure they engage in weight-bearing physical activity.
Deposits into your health savings account before the age of 20 are the most beneficial in building up your principal (bone mass). However, if you stop making deposits and become sedentary, you’re essentially making withdrawals which could lead to osteoporosis. Both building and maintaining bone mass is the best defense against developing this disease.
A Mile A Day Slows Bone Loss
According to the U.S. Dept. of Agricultural Research Service women who walk a mile or more a day lose bone more slowly than women who do little walking. The researchers found that the mile-per-day walkers had 7% more bone in their legs than the women who walked less than a mile a day. Also, the exercisers achieved cardiovascular benefits.
Exercise that forces you to work against gravity (weight-bearing exercises) such as jogging, stair climbing, hiking, aerobic dance and racquet sports are beneficial in slowing the rate of bone loss. Remember, however, the benefits of exercise last only as long as you maintain the program.
Strength Training Adds Bone Mass
Until recently, it was thought that after the age of 30, exercise could only reduce the rate of bone loss. However, the latest research performed at the Human Nutrition Research Center on Aging at Tufts University indicates that strength training at any age can actually add bone, not just slow its loss. Strength training works by applying a force to the bone that creates a stimulus for new bone formation.
In the study, women aged 50 to 70 strength trained twice a week for a year at which time the bone density of their hips and spine was measured. They added about 1%, while the sedentary group had lost about 2.5% bone density. As might be expected, the exercisers also significantly increased their muscle strength.
Strength training can be done anywhere using equipment as simple as dumbbells, rubber tubing and even your own body weight. The American College of Sports Medicine (ACSM) currently recommends strength-training exercise be a component of a well-rounded program for all healthy adults. The ACSM’s recommendation is to perform 8-10 exercises 2-3 times a week, with at least one day of rest between training. One set of 8-12 repetitions per exercise is recommended for general strength training benefits for people under age 50, which will take about 30 minutes to perform. One set of 10-15 reps (more reps performed at a decreased intensity) is recommended for people over 50 or for those with arthritis, previous injuries, or high blood pressure .(If you have any medical condition get your physician's approval before starting a strength training program.)
Remember, building strong bones, especially before the age of 20, can be the best defense against developing osteoporosis and that a healthy lifestyle can be critically important for keeping bones strong. Whatever your age, you need to make deposits into your health savings account today in order to prevent osteoporosis later in life and enjoy an active, physically independent lifestyle.
by Deborah L. Mullen, CSCS
sabato 29 ottobre 2011
Diabete
L'esercizio fisico, specie se aerobico, è parte integrante del piano di trattamento del Diabete Mellito.
La prima osservazione storica sull'argomento risale alla prima metà dell'800 ed è presente nel libro "Memoires d'un diabetique" in cui l'autore, medico e diabetico, riferiva che dopo un pasto abbondante (accompagnato da vino borgognone) era solito percorrere di corsa i boulevard esterni di Parigi e ne provava grande giovamento sul suo fisico.
La prima osservazione scientifica risale invece al 1926 (solo 5 anni dopo la scoperta dell'insulina), anno in cui Lawrence, medico inglese e diabetico, pubblicò sul British Medical Journal un articolo in cui dimostrava su se stesso che una iniezione di 10 unità di insulina pronta produceva un abbassamento glicemico molto maggiore e più rapido se era seguita da un esercizio fisico piuttosto che se si restava a riposo.
Per il sinergismo d'azione del lavoro muscolare e dell'insulina l'esercizio fisico venne considerato un "pilastro" della terapia del diabete (Joslin Clinic, 1959).
Negli anni '70 e '80 il miglioramento degli schemi terapeutici fece un po' dimenticare l'importanza terapeutica dell'esercizio. Nell'ultima decade, invece, l'attenzione del mondo diabetologico italiano si è focalizzata sulla qualità della vita e dunque anche su un aspetto non secondario di essa, quello dell'attività fisica e sportiva, ciò anche grazie all'impulso promozionale dato dall'Associazione Nazionale Italiana Atleti Diabetici.

L’esercizio fisico è particolarmente utile nel soggetto diabetico perché induce modifiche positivedel metabolismo, del sistema cardiocircolatorio, delle funzioni ormonali e del sistema nervoso. Può inoltre contribuire a mantenere bassi i valori della glicemia determinando un miglior utilizzo del glucosio e abbassando i livelli di grassi (colesterolo e trigliceridi) nel sangue.La pratica dell'esercizio fisico sicuro, infine, richiede oltre alla motivazione ed all'attitudine, che il paziente venga addestrato all'autocontrollo e all'autogestione e quindi rappresenta un forte volano di educazione terapeutica. dott.Gerardo Corigliano, presidente dell'A.N.I.A.D
La prima osservazione storica sull'argomento risale alla prima metà dell'800 ed è presente nel libro "Memoires d'un diabetique" in cui l'autore, medico e diabetico, riferiva che dopo un pasto abbondante (accompagnato da vino borgognone) era solito percorrere di corsa i boulevard esterni di Parigi e ne provava grande giovamento sul suo fisico.
La prima osservazione scientifica risale invece al 1926 (solo 5 anni dopo la scoperta dell'insulina), anno in cui Lawrence, medico inglese e diabetico, pubblicò sul British Medical Journal un articolo in cui dimostrava su se stesso che una iniezione di 10 unità di insulina pronta produceva un abbassamento glicemico molto maggiore e più rapido se era seguita da un esercizio fisico piuttosto che se si restava a riposo.
Per il sinergismo d'azione del lavoro muscolare e dell'insulina l'esercizio fisico venne considerato un "pilastro" della terapia del diabete (Joslin Clinic, 1959).
Negli anni '70 e '80 il miglioramento degli schemi terapeutici fece un po' dimenticare l'importanza terapeutica dell'esercizio. Nell'ultima decade, invece, l'attenzione del mondo diabetologico italiano si è focalizzata sulla qualità della vita e dunque anche su un aspetto non secondario di essa, quello dell'attività fisica e sportiva, ciò anche grazie all'impulso promozionale dato dall'Associazione Nazionale Italiana Atleti Diabetici.

L’esercizio fisico è particolarmente utile nel soggetto diabetico perché induce modifiche positivedel metabolismo, del sistema cardiocircolatorio, delle funzioni ormonali e del sistema nervoso. Può inoltre contribuire a mantenere bassi i valori della glicemia determinando un miglior utilizzo del glucosio e abbassando i livelli di grassi (colesterolo e trigliceridi) nel sangue.La pratica dell'esercizio fisico sicuro, infine, richiede oltre alla motivazione ed all'attitudine, che il paziente venga addestrato all'autocontrollo e all'autogestione e quindi rappresenta un forte volano di educazione terapeutica. dott.Gerardo Corigliano, presidente dell'A.N.I.A.D
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